LOTTA

Unit* contro un nemico comune

Unit* contro un nemico comune

La chiusura della “Conferenza dei Popoli”, il negoziato parallelo a COP 30 della società civile, porta un messaggio di rottura, ma anche di speranza

Commento a firma di LILLO (Lorenzo Barili), a Belém con LOTTA.

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Belèm, 17 novembre 2025 | “Se questa COP è unica è grazie alla società civile”, afferma André Corrêa do Lago, presidente di COP 30, scatenando un fragoroso applauso da parte del pubblico riunito alla Cùpula dos Povos. Il negoziato popolare, parallelo alla Conferenza delle Parti sul Clima, ha visto la partecipazione dal vivo durante la scorsa settimana di più di 23mila persone e ne ha riunite 70mila nei due anni di processo che hanno portato a produrre una Dichiarazione Finale. Il documento è stato consegnato (ieri) a mano, con un rituale passaggio di testimone, alla commissione brasiliana che presiede la COP, aprendo così l’ultima settimana di negoziato, la più politica. La commissione è composta da André Corrêa do Lago, presidente della COP, Ana Toni, CEO della COP, Sonia Guajajara, ministra dei popoli indigeni, Marina Silva, ministra dell'ambiente, Guilherme Boulos, segretario generale alla presidenza. Grande assente Ignazio da Silva Lula, che ha redatto una dichiarazione, letta dalla ministra Marina Silva

Il documento, scritto da un’ampissima coalizione, porta un messaggio chiaro: “Siamo l'unità nella diversità…unite contro un nemico comune”. I popoli del mondo riconoscono come maggiori responsabili della crisi climatica ed ecologica i governi del Nord Globale, le multinazionali, le industrie minerarie e energetiche, delle armi e dell'agroalimentare, le Big Tech. Una dichiarazione che parte da elementi fattuali, dato che dopo gli Accordi di Parigi del 2015 l’80% delle emissioni mondiali è stato causato dall’attività di solo 57 aziende, ma che parla anche di un modello economico che non permette di raggiungere obiettivi ecologici e sociali, prioritizzando profitti di breve termine concentrati nelle mani di pochi azionisti. 

 

Come attivista italiano, sono sorpreso di come questa unità di intenti sia presente anche tra i popoli presenti all’evento e la squadra negoziale brasiliana. I membri del governo salutano con “companeros” i manifestanti, si mostrano in una posizione di ascolto, sostengono la Cùpula con i loro discorsi e ricevono applausi e fischi dal pubblico.

Questa non sarà la COP dei lobbisti del petrolio: perché sia efficace, deve essere la COP della compartecipazione sociale”, ha affermato Guilherme Boulos, segretario generale della presidenza e figura di spicco del Partito Socialismo e Libertà (PSOL) brasiliano, per alcun* un possibile successore di Lula alle prossime elezioni. Nonostante non manchino contraddizioni e conflitti interni, come quelle emerse dopo la siccità nel Rio Tapajòs, in relazione al negoziato sembra esserci una sostanziale unità di intenti.

 

D’altronde, è sempre più evidente come i negoziati in corso non siano un processo di cooperazione tra pari, ma piuttosto un conflitto, in cui i più deboli cercano di convincere chi è più forte a non distruggere il pianeta e le vite di chi lo abita. Si tratta di un confronto tra la società civile, le attiviste, i popoli indigeni, una politica lungimirante e volenterosa e chi vuole bloccare l’azione per il clima, come le aziende di combustibili fossili e i super ricchi. Si tratta di un conflitto intersezionale, legato alle disuguaglianze, perché le persone comuni, e specialmente quelle storicamente discriminate, sono più esposte ai danni delle crisi e al contempo sono quelle che meno hanno contribuito all’aumento delle temperature. L’1% più ricco, corrispondente a tutte le persone che hanno un patrimonio di circa un milione di euro, subirà pochi danni dalle prime ondate di riscaldamento e potrà accumulare ulteriore capitale nella situazione di scarsità e guerra che gli impatti climatici causeranno.

I temi chiave del negoziato, come la protezione dell’Amazzonia, l’adattamento, la transizione giusta, la trasparenza e gli NDCs, non possono essere affrontati in modo adeguato senza la partecipazione della società civile e delle autorità territoriali indigene, che portano un interesse collettivo e lungimirante. Senza sbloccare un volume molto maggiore di flussi finanziari, inoltre, non è possibile sbloccare la transizione in molti paesi, che non hanno le capacità economiche per attuare modelli e tecnologie green, spesso a causa di una storia coloniale che continua anche oggi, con alti debiti pubblici, scarsa sovranità fiscale e una presenza massiccia di investitori del Nord Globale. Tutto ciò è possibile solo tassando gli ultra-ricchi, dato che gli Stati già faticano a mantenere i servizi di base come scuola e sanità, proprio a causa della spirale di disuguaglianza che ha portato il patrimonio ad accumularsi nelle mani dell’1% e allontanarsi da quelle dello Stato e dei cittadini. 

Sul palco della Cùpula la ministra dei popoli indigeni Sonia Guajajara mette in luce questa visione strategica, evidenziando il rapporto tra persone indigene e lobbisti del fossile all’interno della COP: 360 contro più di 1600. Al contempo quello che avviene fuori dalle stanze negoziali ha un grande peso e le 2500 persone indigene presenti a Belém continueranno ad esercitare pressione durante questa settimana. “Andiamo unite gente, questa lotta è nostra”, conclude la ministra. 

 

 

 

Caricato il 17/11/2025