LOTTA

Cùpula dos Povos - Dichiarazione Finale Traduzione a cura di Lorenzo Barili

Cùpula dos Povos - Dichiarazione Finale

Traduzione a cura di Lorenzo Barili

 

Noi, partecipanti alla Cùpula dos Povos, riuniti a Belém, nell'Amazzonia brasiliana, dal 12 al 16 novembre 2025, dichiariamo ai popoli del mondo ciò che abbiamo accumulato in lotte, dibattiti, studi, scambi di esperienze, attività culturali e testimonianze, nel corso di diversi mesi di preparazione e in questi giorni qui riuniti.

Il nostro processo ha riunito più di 70.000 persone che compongono movimenti locali, nazionali e internazionali di popoli originari e tradizionali, contadin*, indigen*, quilombolas, pescator*, minator*, lavorator* del mare, lavorator* urban*, sindacalist*, popolazione in situazione di strada, spaccatori di noci di babaçu, popolazioni di terreiro, donne, comunità LGBTQIAPN+, giovani, afrodiscendenti, anzian*, popolazioni della foresta, della campagna, delle periferie, dei mari, dei fiumi, dei laghi e delle zone umide. Ci assumiamo il compito di costruire un mondo giusto e democratico, con un buon vivere per tutti. Siamo l'unità nella diversità.

L'avanzata dell'estrema destra, del fascismo e delle guerre in tutto il mondo aggrava la crisi climatica e lo sfruttamento della natura e dei popoli. I paesi del nord del mondo, le multinazionali e le classi dominanti sono i principali responsabili di queste crisi. Salutiamo la resistenza e siamo solidali con tutti i popoli che sono crudelmente attaccati e minacciati dalle forze dell'impero statunitense, da Israele e dai suoi alleati europei. Da oltre 80 anni, il popolo palestinese è vittima del genocidio perpetrato dallo Stato sionista di Israele, che ha bombardato la Striscia di Gaza, sfollato con la forza milioni di persone e ucciso decine di migliaia di innocenti, per lo più bambini, donne e anziani. Esprimiamo la nostra totale condanna del genocidio perpetrato contro la Palestina. Il nostro sostegno e la nostra solidarietà vanno al popolo che resiste coraggiosamente e al movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Allo stesso tempo, nel Mar dei Caraibi, gli Stati Uniti intensificano la loro presenza imperiale. Lo fanno espandendo operazioni congiunte, accordi e basi militari, in collusione con l'estrema destra, con il pretesto di combattere il narcotraffico e il terrorismo, come con l'operazione “Lancia del Sud” recentemente annunciata. L'imperialismo continua a minacciare la sovranità dei popoli, criminalizzando i movimenti sociali e legittimando interventi che storicamente hanno servito gli interessi privati nella regione.  Siamo solidali con la resistenza di Venezuela, Cuba, Haiti, Ecuador, Panama, Colombia, El Salvador, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico, Nigeria, Sudan e con i progetti di emancipazione dei popoli del Sahel, del Nepal e di tutto il mondo.

Non c'è vita senza natura. Non c'è vita senza etica e senza il lavoro di cura. Per questo il femminismo è parte centrale del nostro progetto politico. Mettiamo al centro il lavoro di riproduzione della vita, ed è questo che ci differenzia radicalmente da coloro che vogliono preservare la logica e le dinamiche di un sistema economico che privilegia il profitto e l'accumulo privato di ricchezza.

La nostra visione del mondo è orientata all'internazionalismo popolare, con scambi di conoscenze e saperi che costruiscono legami di solidarietà, lotta e cooperazione tra i nostri popoli. Le vere soluzioni sono rafforzate da questo scambio di esperienze, sviluppate nei nostri territori e da molte mani. Ci impegniamo a stimolare, convocare e rafforzare queste costruzioni. Per questo motivo, salutiamo con favore l'annuncio della creazione del Movimento Internazionale delle Persone Colpite dalle Dighe, dai Crimini Socioambientali e dalla Crisi Climatica.

Abbiamo iniziato la nostra Cùpula dos Povos navigando lungo i fiumi dell'Amazzonia che, con le loro acque, nutrono tutto il corpo. Come il sangue, sostengono la vita e alimentano un mare di incontri e speranze. Riconosciamo anche la presenza degli esseri incantati e di altri esseri fondamentali nella cosmovisione dei popoli originari e tradizionali, la cui forza spirituale guida i percorsi, protegge i territori e ispira le lotte per la vita, per la memoria e per un mondo di buon vivere.

Dopo oltre due anni di lavoro collettivo e dopo aver organizzato la Cùpula dos Povosi, affermiamo:

1. Il modo di produzione capitalista è la causa principale della crescente crisi climatica. I principali problemi ambientali del nostro tempo sono la conseguenza dei rapporti di produzione, circolazione e smaltimento delle merci, secondo la logica e il dominio del capitale finanziario e delle grandi aziende capitalistiche.

2. Le comunità periferiche sono le più colpite dagli eventi climatici estremi e dal razzismo ambientale. Da un lato, devono affrontare l'assenza di politiche infrastrutturali e di adattamento. Dall'altro, la mancanza di azioni di giustizia e riparazione, in particolare nei confronti delle donne, dei giovani, delle persone povere e non bianche.

3. Le aziende multinazionali, in complicità con i governi del Nord del mondo, sono al centro del potere del sistema capitalista, razzista e patriarcale, essendo gli attori che più causano e più beneficiano delle molteplici crisi che affrontiamo. Le industrie minerarie, energetiche, delle armi, dell'agroalimentare e delle Big Tech sono le principali responsabili della catastrofe climatica in cui viviamo.

4. Siamo contrarie a qualsiasi falsa soluzione alla crisi climatica che perpetui pratiche dannose, crei rischi imprevedibili e distolga l'attenzione dalle soluzioni trasformative e basate sulla giustizia climatica e dei popoli, in tutti i biomi e gli ecosistemi. Avvertiamo che il TFFF, essendo un programma finanziarizzato, non è una risposta adeguata. Tutti i progetti finanziari devono essere soggetti a criteri di trasparenza, accesso democratico, partecipazione e beneficio reale per le popolazioni interessate.

5. Il fallimento dell'attuale modello di multilateralismo è evidente. I crimini ambientali e gli eventi climatici estremi che causano morti e distruzione sono sempre più ricorrenti. Ciò dimostra il fallimento delle innumerevoli conferenze e riunioni mondiali che hanno promesso di risolvere questi problemi, ma non hanno mai affrontato le loro cause strutturali.

6. La transizione energetica viene attuata secondo la logica capitalista. Nonostante l'ampliamento delle fonti rinnovabili, non si è registrata alcuna riduzione delle emissioni di gas serra. L'espansione delle fonti di produzione energetica ha finito per configurarsi anche come un nuovo spazio di accumulazione di capitale.

7. Infine, affermiamo che la privatizzazione, la mercificazione e la finanziarizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici sono in netto contrasto con gli interessi popolari. In questo contesto, le leggi, le istituzioni statali e la stragrande maggioranza dei governi sono stati catturati, modellati e subordinati alla ricerca del massimo profitto da parte del capitale finanziario e delle imprese multinazionali. Sono necessarie politiche pubbliche per avanzare nel recupero degli Stati e affrontare le privatizzazioni.

 

Di fronte a queste sfide, proponiamo:

Di contrastare le false soluzioni del mercato. L'aria, le foreste, le acque, le terre, i minerali e le fonti energetiche non possono rimanere proprietà privata né essere appropriati, perché sono beni comuni dei popoli.

Chiediamo la partecipazione e il protagonismo dei popoli nella costruzione di soluzioni climatiche, riconoscendo le conoscenze ancestrali. La diversità delle culture e delle cosmovisioni porta con sé saggezza e conoscenze ancestrali che gli Stati devono riconoscere come riferimenti per le soluzioni alle molteplici crisi che affliggono l'umanità e Madre Natura.

Chiediamo la demarcazione e la protezione delle terre e dei territori indigeni e di altri popoli e comunità locali, poiché sono loro a garantire la sopravvivenza della foresta. Chiediamo ai governi deforestazione zero, la fine degli incendi criminali e politiche statali per il ripristino ecologico e il recupero delle aree degradate e colpite dalla crisi climatica.

Chiediamo la realizzazione della riforma agraria popolare e la promozione dell'agroecologia, per garantire la sovranità alimentare e combattere la concentrazione fondiaria. I popoli producono alimenti sani, al fine di eliminare la fame nel mondo, sulla base della cooperazione e dell'accesso a tecniche e tecnologie di controllo popolare. Questo è un esempio di vera soluzione per combattere la crisi climatica.

Chiediamo la lotta al razzismo ambientale e la costruzione di città giuste e periferie vivaci attraverso l'attuazione di politiche e soluzioni ambientali. I programmi di edilizia abitativa, servizi igienico-sanitari, accesso e uso dell'acqua, trattamento dei rifiuti solidi, piantumazione e accesso alla terra e alla regolarizzazione fondiaria devono tenere conto dell'integrazione con la natura. Vogliamo investimenti in politiche di trasporto pubblico, collettivo e di qualità, con tariffe zero. Queste sono alternative reali per affrontare la crisi climatica nelle periferie di tutto il mondo, che devono essere attuate con un adeguato finanziamento per l'adattamento climatico.


Difendiamo la consultazione diretta, la partecipazione e la gestione popolare delle politiche climatiche nelle città, per contrastare le società immobiliari che hanno portato avanti la mercificazione della vita urbana. La città della transizione climatica ed energetica dovrà essere una città senza segregazione e che abbracci la diversità. Infine, condizionare il finanziamento climatico a protocolli che mirino alla permanenza abitativa e, in ultima istanza, al giusto risarcimento per le persone e le comunità con garanzia di terra e alloggio, sia nelle campagne che nelle città.

Chiediamo la fine delle guerre e la smilitarizzazione. Che tutte le risorse finanziarie destinate alle guerre e all'industria bellica siano destinate alla trasformazione di questo mondo. Che le spese militari siano destinate alla riparazione e al recupero delle regioni colpite da disastri climatici. Che siano adottate tutte le misure necessarie per impedire e fare pressione su Israele, ritenendolo responsabile del genocidio commesso contro il popolo palestinese.

Richiediamo una giusta e completa riparazione delle perdite e dei danni inflitti ai popoli dai progetti di investimento distruttivi, dalle dighe, dall’estrazione mineraria, dall’estrazione di combustibili fossili e dalle catastrofi climatiche. Chiediamo inoltre che i responsabili dei crimini economici e socioambientali che colpiscono milioni di comunità e famiglie in tutto il mondo vengano giudicati e puniti.

Il lavoro di riproduzione della vita deve essere reso visibile, valorizzato, compreso per quello che è – lavoro – e condiviso dall’intera società e dallo Stato. Questi lavori sono essenziali per la continuità della vita umana e non umana sul pianeta. Garantiscono anche l’autonomia delle donne, che non devono essere ritenute responsabili individualmente della cura, ma i cui contributi devono essere riconosciuti: il nostro lavoro sostiene l’economia. Vogliamo un mondo con giustizia femminista, autonomia e partecipazione delle donne.

Domandiamo una transizione giusta, sovrana e popolare, che garantisca i diritti di tutti i lavoratori e le lavoratrici, nonché il diritto a condizioni di lavoro dignitose, libertà sindacale, contrattazione collettiva e protezione sociale. Consideriamo l’energia come bene comune e difendiamo il superamento della povertà e della dipendenza energetica. Sia il modello energetico sia la stessa transizione non possono violare la sovranità di alcun paese del mondo.

Esigiamo la fine dello sfruttamento dei combustibili fossili e facciamo appello ai governi affinché sviluppino meccanismi per garantire la non proliferazione di tali combustibili, mirando a una transizione energetica giusta, popolare e inclusiva, con sovranità, protezione e riparazione dei territori, in particolare nell’Amazzonia e nelle altre regioni sensibili ed essenziali per la vita sul pianeta.

Lottiamo per il finanziamento pubblico e la tassazione delle corporation e dei più ricchi. I costi della degradazione ambientale e delle perdite imposte alle popolazioni devono essere sostenuti dai settori che più beneficiano di questo modello. Ciò include fondi finanziari, banche e corporation dell'agro-business, dell'idro-business, dell’acquacoltura e della pesca industriale, dell’energia e dell’estrazione mineraria. Questi attori devono anche farsi carico degli investimenti necessari per una transizione giusta orientata alle esigenze dei popoli.

Riteniamo che il finanziamento climatico internazionale non debba passare attraverso istituzioni che aumentano la disuguaglianza tra Nord e Sud, come il FMI e la Banca Mondiale. Questo deve essere strutturato in modo giusto, trasparente e democratico. Non sono i popoli e i paesi del Sud globale a dover continuare a pagare debiti alle potenze dominanti; sono questi paesi e le loro corporation a dover iniziare a saldare il debito socio‑ambientale accumulato da secoli di pratiche imperialiste, colonialiste e razziste, dall’appropriazione di beni comuni e dalla violenza inflitta a milioni di persone uccise e schiavizzate.

Denunciamo la continua criminalizzazione dei movimenti, la persecuzione, gli omicidi e le sparizioni dei nostri leader che lottano per la difesa dei loro territori, così come i prigionieri politici e i prigionieri palestinesi che lottano per la liberazione nazionale. Rivendichiamo l’ampliamento della protezione di difensori e difensori dei diritti umani e socio‑ambientali nell’agenda climatica globale, nel quadro dell’Accordo di Escazú e di altre normative regionali. Quando un difensore protegge il territorio e la natura, non protegge solo un individuo, ma un intero popolo e avvantaggia l’intera comunità globale.

Rivendichiamo il rafforzamento di strumenti internazionali che difendano i diritti dei popoli, i loro diritti consuetudinari e l’integrità degli ecosistemi. Abbiamo bisogno di uno strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di diritti umani e imprese multinazionali, costruito a partire dalla realtà concreta delle lotte delle comunità colpite dalle violazioni commesse, che comporti diritti ai popoli e regole per le imprese imprese. Affermiamo inoltre che la Dichiarazione dei Diritti dei Contadini e di Altre Persone che Lavorano nelle Aree Rurali (UNDROP) debba essere uno dei pilastri della governance climatica. La piena attuazione dei diritti dei contadini restituisce al popolo i territori, contribuisce direttamente alla sua alimentazione, alla cura del suolo e al raffreddamento del pianeta.

Infine, riteniamo che sia tempo di unire le nostre forze e affrontare il nemico comune. Se l’organizzazione è forte, la lotta è forte. Per questo motivo, il nostro principale compito politico è il lavoro di organizzazione dei popoli in tutti i paesi e continenti. Radicheremo il nostro internazionalismo in ogni territorio e faremo di ogni territorio una trincea della lotta internazionale. È tempo di avanzare in modo più organizzato, indipendente e unificato, per aumentare la nostra coscienza, forza e combattività. Questo è il percorso per resistere e vincere.

Caricato il 17/11/2025