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La COP entra in crisi: la verità che non trova posto nelle agende ufficiali

La COP entra in crisi: la verità che non trova posto nelle agende ufficiali

Dopo l’irruzione dei popoli indigeni alla COP30 di Belém, la distanza tra istituzioni e territori si fa evidente

A firma di LILLO (Lorenzo Barili) che con LOTTA documenta la COP30 dal punto di vista delle popolazioni autoctone e della CUPOLA DOS POVOS.

Belém, 14 novembre 2025 | “È un momento di rivolta, di indignazione. È il momento in cui noi popoli indigeni sentiamo la sconfitta del nostro territorio sulla pelle,” ha dichiarato l’attivista Cacique Gilson dopo l’irruzione di ieri sera nel padiglione principale della COP30 di Belém. The Guardian

Centinaia di persone, indigene e non indigene, hanno attraversato gli ingressi della conferenza, gridando e sventolando striscioni fino a quando la sicurezza ONU non le ha allontanate con la forza - così almeno leggo da alcuni media. Anche se credo che siano rimaste fino alle 8 del mattino, per poi essersene andate volontariamente. Questo è quanto ho appreso da una persona con cui ho parlato in portoghese e da storie di Loica

Due agenti sono rimasti lievemente feriti; all’esterno, i vigili del fuoco hanno poi formato un cordone per bloccare l’accesso. Un episodio che arriva a poche ore dalla barqueata dei movimenti locali e che segna, per la COP di quest’anno, un momento dirompente e simbolico.

Scrivo da Belém, dove si percepisce che questa non è solo una conferenza sul clima: è un laboratorio politico, dove il linguaggio della diplomazia si scontra con la realtà dei territori e dei popoli colpiti dalla crisi climatica.

Sono arrivato a Belèm per capire quale speranza ci rimane come umanità di fronte ad una crisi senza precedenti. E qui il conflitto è più evidente che mai: il futuro del clima non si decide soltanto con i meccanismi regolatori e con i mercati di carbonio, ma, più in profondità, con la nostra capacità di restare unitə come umanə e come popoli, superando la storia di divisione, individualismo e sfruttamento che ci tiene in catene.

L’irruzione di ieri sera non è un incidente, è una crepa che rivela ciò che la diplomazia tende a coprire.

Quello che chiamiamo disordine è, in realtà, la forma che la verità prende quando non trova più spazio nelle agende ufficiali. Non è violenza, è un sintomo. È il corpo collettivo che reagisce all’ipocrisia istituzionale di chi parla di giustizia climatica continuando a finanziare il disboscamento, la guerra, l’estrazione.

Fuori dai padiglioni, lungo il fiume Guamá, la città si riempie di cortei, musiche, canti, bandiere.

A Belém si respira una tensione che non è rabbia ma lucidità. I popoli che vivono a stretto contatto con la terra sanno che il problema non è il clima, ma la nostra idea di economia. La giustizia climatica non nascerà da un algoritmo o da un fondo verde, ma dal riconoscimento dei limiti: quelli del pianeta, e quelli dell’avidità umana.”

Le autorità brasiliane avevano annunciato questa come la COP “più partecipata di sempre”, aperta alla società civile e alle istanze dei popoli nativi. Ma l'evento di ieri fa un passo in avanti. Entrare nella sede principale della COP30 la prima notte, senza per questo interrompere il negoziato. Uscire e dirigersi direttamente alla Cúpula dos Povos. Si tratta di un gesto di sfida con un significato chiaro: "noi non siamo stakeholder, non siamo soggetti terzi da consultare. Noi siamo la leadership".

Quando i popoli entrano nella sala conferenze senza essere invitati, non è un’invasione: è un atto di restituzione. Ma l'evento di ieri fa un passo in avanti. Entrare nella sede principale della COP30 la prima notte, senza per questo interrompere il negoziato. Uscire e dirigersi direttamente alla Cúpula dos Povos. Si tratta di un gesto di sfida con un significato chiaro: "noi non siamo stakeholder, non siamo soggetti terzi da consultare. Noi siamo la leadership".

Questa notte, mentre fuori dal centro congressi il canto dei manifestanti continuava, ho pensato che forse la vera transizione non sarà solo energetica, ma culturale e politica: imparare a condividere lo spazio, la parola, il respiro come una comunità globale organizzata. Un unico popolo che sa di non avere un "pianeta B" da abitare

E mentre scrivo queste righe ieri pomeriggio la ministra dei popoli indigeni, Sonia Guajajara, ha organizzato un'altra marcia dentro COP come si legge dal suo account Instagram.

Come ha scritto Lotta nel suo contributo di ieri:

“È stata  una lezione di libertà. Célia Xakriabá parla di lotta, ma lo fa con la grazia di chi conosce la leggerezza delle verità più profonde: per arrivare lontano non bisogna colpire, bisogna saper volare. Essere frecce, sì, ma frecce che danzano. Frecce che arrivano al cuore non per ferire, ma per risvegliare. Frecce che attraversano l’aria con ironia e gioia, come possono fare la musica, la danza, la poesia.  E penso che questa sia la lezione più grande di tutte: l’arte serve a svelare la verità senza violarla, a riportare nel presente ciò che le culture antiche avevano già capito - che il mondo non si possiede, si custodisce. Se avessimo ascoltato quelle culture invece di cancellarle, forse oggi non avremmo una crisi climatica da risolvere. ” (iPressLIVE)

Continuate a seguirci per raccontiamo la COP30 dal punto di vista di queste “lenti che non saranno mai più trasparenti”

Lorenzo Barili (LILLO)

Caricato il 13/11/2025

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