Alessandro Sannino
Alessandro Sannino
Fondatore e Chief Scientific Officer di Gelesis - Professore ordinario di Scienza dei Materiali, Università del Salento
Alessandro Sannino
In direzione ostinata e visionaria
Ci sono idee che si inseguono per tutta la vita. Non restano ferme, non si lasciano addomesticare, ma ti accompagnano, si trasformano, ti cambiano. L’idea che ha accompagnato Alessandro Sannino è nata in un laboratorio di Napoli, durante una tesi di laurea. All’inizio sembrava un’innovazione per l’igiene, un gel superassorbente per pannolini biodegradabili. Poi è diventata una tecnologia per l’agricoltura, una speranza per la dialisi, infine una capsula capace di aiutare migliaia di persone a ritrovare equilibrio nel proprio rapporto con il cibo. Oggi ha un nome: Plenity. Ma la sua vera natura è quella di un’idea che ha saputo attraversare i fallimenti, i mercati, i Paesi, le trasformazioni.
Sannino, oggi professore ordinario di Scienza dei Materiali all’Università del Salento, cofondatore e Chief Scientific Officer di Gelesis, è un imprenditore e un ricercatore. Due anime che si tengono in equilibrio in lui, come in pochi altri. Ma se glielo chiedi, non ha dubbi: prima di tutto si sente un ricercatore. L’impresa è arrivata come naturale conseguenza della ricerca, non come alternativa. Non ha mai lasciato l’università, non ha mai smesso di pubblicare, di stare tra studenti, colleghi, esperimenti. Anche quando guidava una biotech quotata in Borsa, continuava a mettere le mani nel laboratorio. “Io sono un ricercatore, non un uomo d’azienda”, dice. La scienza non è mai stata un trampolino per il business, ma il luogo dove il pensiero si costruisce, si verifica, si mette alla prova.
Non ha mai abbandonato la sua idea, ma non l’ha mai nemmeno pretesa uguale a se stessa. “L’innamoramento è statico, l’amore è dinamico”, ripete spesso. Innamorarsi di un’intuizione significa idealizzarla. Amarla, invece, significa accettarne l’evoluzione, accoglierla anche quando cambia forma, anche quando ti chiede di cambiare insieme a lei. “Per me ha significato perfino ingerirla”, dice sorridendo, riferendosi al momento in cui, per primo, ha assunto il prodotto ancora sperimentale.
Nel suo sguardo convivono la logica del laboratorio e la poesia della visione. È stato lui stesso a descrivere l’intuizione chiave per la formulazione del gel come il risultato di una nevicata osservata da una finestra del MIT. “Guardavo i fiocchi vorticare, aggregarsi, spargersi. Mi fece venire in mente come avrei potuto sintetizzare il materiale.” Un’immagine naturale che si trasforma in idea. Una suggestione che diventa formula. Come accade solo nei sogni veri, quelli che non si spezzano al mattino.
Una visione ostinata costruita su gesti spesso silenziosi. Come quello di sua madre, che per prima ha creduto in lui. Quando servivano diecimila euro per il brevetto, e lui ne aveva solo quattro, fu lei, su un piccolo terrazzino con il vestito blu a fiori, a dirgli: “Facciamo così, non diciamo niente a papà. Te li do io.” È da lì che nasce tutto. Non da un investimento milionario, ma da un atto di fiducia, piccolo e radicale.
Sannino non ha mai smesso di credere nella sua idea, anche quando sembrava troppo strana, troppo semplice, troppo ambiziosa. E non ha mai avuto paura di sbagliare. “Una grande imprenditrice della Silicon Valley disse una volta: un vero imprenditore deve aver fallito almeno tre volte. Mi ci sono ritrovato completamente.” Per lui, il fallimento è un passaggio naturale, un luogo di passaggio necessario. Come la paura. “La paura è fisiologica, soprattutto quando si costruiscono strade nuove. Bisogna imparare a non aver paura... di aver paura.”
Quando Plenity è approdata a Wall Street, campeggiando sul maxischermo della Borsa di New York, il primo pensiero non è stato per se stesso. È andato al suo gruppo di Calimera, ai collaboratori che negli anni hanno reso possibile tutto. “Mi mancavano tutti. Sapevo quanto sarebbe stato importante per ognuno.”
Oggi Alessandro è anche padre. Uno dei suoi figli è nato il 25 aprile, “una sua scelta di libertà”, afferma. Ama viaggiare, anche se ormai lo fa soprattutto per lavoro. Ma sogna di tornare in India con la sua famiglia, nei luoghi che lo hanno ispirato da giovane. I sogni, per lui, non sono evasione. Sono direzione.
Al MIT lo chiamavano Big Fish, come il protagonista del film di Tim Burton. Raccontava storie assurde, ma vere. E lui, ogni volta, diceva: “Con questo materiale ci devo fare qualcosa.” Alla fine lo ha fatto. Se oggi Plenity è una realtà, è perché lui non ha mai smesso di crederci. Non si è solo innamorato della sua idea: l’ha amata. L’ha accompagnata mentre cambiava, l’ha protetta quando sembrava fragile, l’ha resa possibile. Perché, come dice Edward Bloom, “tanto più una cosa è difficile, tanto più grande è il premio finale”.
Se gli chiedi di definirsi in una parola, risponde senza esitazioni: sognatore. Ma è un sogno con le mani dentro le provette, gli occhi puntati sul gel, la voce che parla di brevetti e reazioni chimiche. Un sogno che non ha mai avuto paura di cadere. Un sogno che oggi, in forma di capsula, è entrato nella vita di migliaia di persone. Con semplicità, con forza, con eleganza. Come la neve che danza nell’aria prima di diventare intuizione.