Giuliano Logos

Azione in corso | Lettera aperta al Presidente della Repubblica

Azione in corso | Lettera aperta al Presidente della Repubblica

L’appello di un cittadino italiano per Gaza

24h davanti a Montecitorio per un requiem laico in attesa di risposte

link a Instagram | link alle storie in evidenza

Roma, 24 maggio 2025 - Ieri Giuliano Carlo De Santis, in veste di cittadino, ha fatto recapitare una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, lanciando un appello: l’Italia deve fare la sua parte per garantire cibo, acqua e aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. 

Un’esigenza che prescinde da qualsiasi colore politico, ma che riguarda il significato più profondo di umanità. Perché il tempo è davvero finito. E l’Italia resta immobile.

Oggi alle 10, per sollecitare una risposta, Giuliano Carlo De Santis si è recato in Piazza Montecitorio - Lato Via della Colonna Antonina - dove ha iniziato la lettura ad alta voce dei nomi delle vittime della tragedia umanitaria in atto. Un nome al minuto, in ordine crescente di età: un requiem laico. La lettura proseguirà per 24 ore, il tempo stimato in cui gli aiuti italiani potrebbero raggiungere la Striscia di Gaza. Un tempo appena sufficiente per nominare tutte le vittime con zero anni di età.

Se al termine delle 24 ore ancora non sarà ricevuta una risposta, il silenzio verrà interpretato come presa di posizione strategica.

Restare in silenzio oggi significa accettare di non avere risposte domani, quando tra cinquant’anni i nostri figli e le nostre figlie studieranno queste pagine della storia, ci chiederanno:
“Com’è potuto accadere tutto questo?”

 

Per ulteriori informazioni e per richiedere interviste, contattare:
Mirandola Comunicazione
Lorenzo Canrnielo | lorenzo.carnielo@mirandola.net | +393923572039
Marisandra Lizzi | marisandra@mirandola.net | +393483615042

 

La lettera integrale:

Al Signor Presidente della Repubblica
Sergio Mattarella
Palazzo del Quirinale
00187 Roma

 

Roma, 22 maggio 2025 

Oggetto: lettera aperta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. L’appello di un cittadino italiano che guarda a Gaza

 

Illustre Presidente,

non sono un politico, non parlo da una cattedra. Non rappresento alcuna organizzazione umanitaria o movimento. Sono un cittadino qualsiasi, e Le scrivo perché non riesco più a restare in silenzio.
Sono un giovane nato con il privilegio di essere italiano e sono figlio di un ex ufficiale della Marina Militare. Lui, mio padre, mi ha insegnato un concetto semplice e profondo: in mare si salva chiunque, a prescindere. Poi si pensa.

Questo principio millenario della navigazione e dell'umanità mi ha - dalla prima volta che l’ho ascoltato  - travolto: abbiamo realizzato, come genere umano, che non c'è nulla di più lancinante della disperazione prodotta dell'essere sole e soli, impotenti, senza beni essenziali e in balia di forze cieche sproporzionatamente più grandi di noi. E abbiamo deciso, come genere umano, che fosse nostro imperativo categorico adoperarci perché nessuno provasse mai tale dolore, se potevamo evitarlo.

Potrei, ma oggi non Le parlo di chi sta annegando in mare, Signor Presidente - se non in quello dell'indifferenza -, eppure la drammatica condizione umana in cui versano coloro a cui mi riferisco è la medesima che Le ho descritto poc'anzi.
Avviene dall’altra parte del nostro mare, del Mare Nostrum, a un passo da noi.
E oggi, semplicemente, io non riesco più a guardare da lontano. E come me, Le garantisco, migliaia e migliaia di altre persone.

Ho studiato legge e relazioni internazionali. E negli anni più formativi della mia vita ho imparato ad amare i principi scolpiti nella nostra Costituzione: il rispetto della dignità umana, la tutela dei diritti inviolabili dell’uomo, la solidarietà internazionale.
Non sono solo articoli: sono ideali che ci definiscono. Che mi definiscono. Che La definiscono.

Per questi motivi mi permetto di scriverLe. 

Stiamo assistendo a una tragedia umanitaria senza precedenti nella Striscia di Gaza. Milioni di persone - neonati, bambini, anziani, donne, uomini - sono senza cibo, senza acqua, senza riparo. Molte e molti sono senza famiglia. Nessuna e nessuno di loro è ancora senza speranza.

E mentre il mondo si indigna, piange o chiude gli occhi, l’Italia sembra ancora ferma.

Ma l’Italia, Signor Presidente, non è mai stata un Paese fermo davanti alla sofferenza. Lo dicono le nostre leggi. Lo dicono i trattati che abbiamo firmato. Lo dice la nostra Costituzione, laddove proclama che l’Italia ripudia la guerra e promuove la pace e la giustizia tra le Nazioni.

E più ancora lo dice la nostra storia.

Siamo un popolo nato dalla fame e dalla migrazione.
Sappiamo cosa significa trovarsi senza niente. Sappiamo cosa vuol dire dover bussare a una porta, cercare salvezza oltre il mare. Sappiamo anche cosa si prova quando in un Paese intero non v’è più una singola famiglia che non abbia sofferto le conseguenze delle armi, delle bombe e dell’inedia.
Abbiamo conosciuto l’aiuto. E abbiamo imparato - profondamente - a offrirlo.

Siamo il Mediterraneo.
Siamo crocevia di popoli, siamo terra di passaggio, di scambio, di accoglienza.
Dal tempo dei fenici a quello dei profughi bosniaci, dai greci ai curdi, dai libanesi agli eritrei, l’Italia ha spesso teso la mano.

Quando abbiamo voluto, Signor Presidente, l’abbiamo fatto in fretta:

  • In Grecia, nel 2018, con aerei in volo in meno di 24 ore.
  • In Ucraina, nel 2022, con lo stato di emergenza e l’assistenza attivata in meno di due giorni.
  • In Libia, nel 2023, pronti ad agire entro 48 ore.
  • In Kosovo, nel 1999, con la “Missione Arcobaleno” partita quattro giorni dopo l’inizio dei bombardamenti.

Siamo parte del Meccanismo Europeo di Protezione Civile, della Convenzione delle Nazioni Unite sull’Assistenza Umanitaria, delle Convenzioni di Ginevra.
Siamo obbligate e obbligati, formalmente e moralmente, a non restare in silenzio davanti alla fame, al dolore, alla distruzione di un popolo.
E tuttavia, quando agiamo, non lo facciamo perché ce lo impongono trattati o articoli: lo facciamo perché crediamo profondamente nei principi sacri che incarnano. Quei principi ci rendono esseri umani, e fanno dell’Italia una nazione degna di questo nome.

Conosco bene, Signor Presidente, la quantità di lavoro immenso già svolto dalle centinaia e centinaia di organizzazioni che su tutto il territorio italiano si stanno attivando in ogni modo per realizzare qualcosa di concreto, per contattare le istituzioni, per portare aiuti, per non sentirsi impotenti. E riconosco che questa lettera è la voce di una formica tra i giganti.

Ma la scrivo perché Lei, Presidente, possa ascoltare una voce dal basso. Di chi non rappresenta niente se non la propria umanità, e che oggi si permette di incarnare le centinaia di migliaia di voci del popolo che Lei, Lei invece sì, rappresenta. Voci che, in questa sede, non le chiedono dichiarazioni ideologiche, ma solo poter dare da mangiare e bere a chi ha fame e sete. A prescindere dal colore politico.

Il divario tra la volontà profonda e concreta del popolo e ciò che le amministrazioni stanno facendo si fa ogni giorno più abissale.

Per questo, oggi, da cittadino, Le rivolgo un appello, pienamente consapevole dei limiti costituzionali del Suo ruolo. Lo faccio perché credo profondamente nella forza della parola. L’ho scelta come strumento perché so - come Lei - che una parola detta con coraggio, al momento giusto, può incidere sul mondo. Può accendere un cambiamento, può ispirare un’azione. È per questo che scrivo a Lei, ed è per questo che Le chiedo di usare la Sua parola per fare lo stesso.

Non Le chiedo di agire in deroga ai poteri della Presidenza della Repubblica, ma di esercitare quella funzione alta e nobile di orientamento morale e di stimolo verso il Governo, il Parlamento e le altre autorità competenti. Di far sentire la Sua voce, per incoraggiare le istituzioni a compiere ciò che è giusto, legittimo e doveroso. Le chiedo:

Faccia appello al Governo per l'attivazione dello stato di emergenza per Gaza.

L’Italia può farlo. Lo ha già fatto. I precedenti ci sono. Le leggi lo permettono.
(§ Legge 225/1992, art. 5; § Regolamento UE 1313/2013 sul Meccanismo di Protezione Civile).

Solleciti il Governo e le strutture competenti all’invio immediato di aiuti umanitari.

Convogli di cibo, acqua, medicine, ospedali da campo, personale medico. Serve un ponte aereo, serve una flotta navale se necessario. Serve il meglio della nostra Protezione Civile, della nostra Marina, del nostro Servizio Sanitario. Serve adesso.
(§ Convenzioni di Ginevra, IV Convenzione art. 59 e segg.; § Carta ONU, art. 1.3; § Codice della Protezione Civile, d.lgs. 1/2018)

Sia di ispirazione, con la Sua risposta, per i Suoi omologhi e per la comunità internazionale.

Le Sue parole, Signor Presidente, hanno il potere di risuonare oltre i confini nazionali.Un Suo appello pubblico può incoraggiare altri Capi di Stato e rappresentanti istituzionali ad attivarsi concretamente: ad aprire corridoi umanitari, inviare aiuti, prendere posizione.

La Sua autorevolezza può stimolare una risposta collettiva, all’altezza della gravità di quanto sta accadendo. Non è più il tempo del silenzio istituzionale. È il momento di parlare, insieme, e con forza, a nome dell’umanità tutta.

Signor Presidente, so bene che il Suo ruolo è di garante, non di esecutivo.
Ma Lei è anche la voce più alta dello Stato.
Lei può parlare. Può farsi ascoltare. Può orientare le coscienze. E forse, oggi, può anche salvare vite.

Non servono grandi discorsi.
Basta scegliere, con chiarezza, da che parte stare.

E io, da semplice cittadino, mi sento dalla parte dei bambini sotto le bombe, delle madri affamate, dei civili intrappolati sotto le macerie. Non è qui che chiedo giustizia, non è da lei che cerco ragioni geopolitiche.
Chiedo solo che l’Italia faccia ciò che è umano.

Non possiamo permetterci di essere dalla parte sbagliata della Storia. Perché, a prescindere da quale sia la nostra posizione politica oggi, sappiamo che la Storia ce ne renderà conto.
E tra cinquant’anni, quando si scriverà questa pagina insanguinata sui libri, tra le immagini e video, i pianti, le macerie, quando i miei nipoti mi chiederanno: “Ma come è potuto accadere?”, io non reggo l’idea di dover rispondere che è accaduto anche perché noi non abbiamo fatto niente.

Spero che Lei, Signor Presidente, provi lo stesso.

Con rispetto e speranza,

Giuliano Carlo De Santis 






Caricato il 24/05/2025

Share

Organizzazione

Video

Immagini

Settori

  • Politica estera
  • Politica Interna
  • Problematiche sociali
  • Responsabilità sociale