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CASTAGNO 4000 ANNI SICILIA E VAJONT

AIGAE
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Legambiente ed Aigae presentano Voler Bene all’Italia – Le Giornate Nazionale delle Guide Ambientali Escursionistiche – in conferenza stampa 200 luoghi da raccontare non conosciuti. Presentazione del programma di finanziamento dei progetti di micro – impresa per le zone terremotate. In conferenza stampa storie italiane dal territorio nazionale. Storie di imprenditori divenuti guide. Invitati i ministri dei Beni Culturali, Dario Franceschini, dell’Ambiente Gianluca Galletti, i sindaci delle zone terremotate.

Racconteremo e faremo vedere siti archeologici sottomarini, fenomeni vulcanici, borghi del ‘ 700, centri storici fantasma, ambienti naturali meravigliosi ma non conosciutissimi.

 

 

Gli alberi del Vajont a forma di virgola e che oggi fanno ridere i bambini

 

Franceschini: “ Ecco gli alberi che sopravvissero all’immane tragedia del 1963. Sono tutti da tutelare. Oggi 54 anni dopo possiamo andare sul corpo di frana che oramai non fa più paura ma nell’immaginario comune custodisce i corpi delle centinaia di persone non più ritrovate”.

“Ai piedi dell’Etna un Castagno di circa 4000 anni. Si tratta del Castagno più grande ed antico d’Europa. Si chiama esattamente il Castagno dei cento cavalli. Un vero spettacolo naturale, visto da vicino, con la sua chioma imponente che ha permesso alla pianta di entrare nella leggenda. Il suo soprannome infatti è legato alla tradizione secondo cui, sotto le sue enormi braccia, durante un temporale trovarono riparo la regina Giovanna d'Aragona e il suo seguito, formato da 100 cavalli e cavalieri. Adesso lo vedremo durante le Giornate Nazionali delle Guide Ambientali Escursionistiche dal 2 al 5 Giugno. Tanti i turisti provenienti da tutto il mondo per poterlo ammirare”. Lo ha affermato la geologa AIGAE, Violetta Francese, Coordinatrice delle Guide AIGAE della Sicilia. “Il Castagno è nel Comune di Sant’Alfio – ha proseguito Violetta Francese – ed è stato studiato e descritto da numerosi viaggiatori nel ‘700 e nell’800. Oggi il Castagno è meta di visitatori di tutto il mondo oltre che di botanici. A stabilire il primato in Italia ed in Europa del Castagno dei Cento Cavalli è stato il noto botanico torinese Pevronal, secondo cui l’albero ha un’età compresa tra i 3000 e 4000 anni”.

 

Il cammino, che si svolge all’interno del Parco Naturale Regionale delle Madonie in provincia di Palermo, è lungo circa 80 km e dura 4 giorno con tre pernottamenti. Il percorso inizia presso il Santuario dello Spirito Santo a Gangi e si visitano quello della Madonna dell'Olio a Blufi, quello della Madonna dell'Alto a Petralia Sottana per concludere il percorso in quello della Madonna di Gibilmanna a Cefalù. Saranno ripercorsi a piedi gli antichi sentieri dei pellegrini collegando tutti i santuari delle Madonie. Il cammino ha anche un alto valore paesaggistico e culturale, partendo dalle quote più basse della zona sud del comprensorio, si attraverseranno le campagne ricche di coltivazioni, di piccoli allevamenti di bestiame e di storia (ipogei realizzati più di 4000 anni fa, villa e terme romane e mulino ad acqua), fino a raggiungere il santuario mariano più alto d’ Europa posto a 1819 m. s.l.m. e le alte quote del Parco delle Madonie, da dove potremo osservare tutte le montagne siciliane e il mare per poi scendere verso nord, ammirando gli ultimi esemplari di Abies Nebrodensis al mondo e nel cuore di Piano Battaglia alcuni geositi riconosciuti da pochi mesi Patrimonio dell’Unesco fino ai frassineti da manna nelle zone più collinari nei pressi di Gibilmanna.

 

 

 Le Gole di Tiberio, sito Geopark riconosciuto dall’Unesco, si trovano lungo il fiume Pollina all’interno del Parco delle Madonie tra i comuni di San Mauro Castelverde e Castelbuono. La visita alle Gole di Tiberio, che si effettua con i gommoni, è un viaggio a ritroso nel tempo, in un luogo selvaggio e sconosciuto, accessibile a tutti, ma consigliato soltanto a quanti amano la natura incontaminata e vivere un’esperienza sensoriale unica alla scoperta di un mondo primordiale che risale a circa 200 milioni di anni fa. All’interno della Gola, lunga circa 400 metri, si potranno osservare: u Miricu i nidi degli uccelli che abitano questo ambiente, i pesci, i fossili di gasteropodi risalenti a circa 120 milioni di anni fa, il masso al centro del percorso un tempo passaggio segreto dei briganti e della gente data alla macchia che un tempo viveva nelle grotte circostanti e i giochi di luce.

 

Il percorso, lungo circa 70 chilometri in 4 giorni, inizia a San Mauro Castelverde (Pa) all’interno del Parco delle Madonie e si conclude a Cesarò (Me) nel cuore del Parco dei Nebrodi attraversando tutta la dorsale del parco in provincia di Messina tra boschi meravigliosi e numerosi laghetti naturali.Il percorso ha la finalità di scoprire le antiche trazzere e vie utilizzate dai briganti nel periodo post unitario. Si tratta di un percorso storico e della memoria per riscoprire e far conoscere gli avvenimenti che segnarono i primi anni dopo l’Unità d’Italia in quella zona della Sicilia dove il fenomeno si sviluppò maggiormente.

 

“Il Bosco Vecchio del Vajont è un luogo da tutelare. Al suo interno ci sono gli unici alberi testimoni sul corpo di frana. A distanza di 54 anni dalla tragedia possiamo andare sulla frana che travolse la Valle del Vajont, proprio sul corpo di frana che sosta immobile dentro a due chilometri di Valle e che oramai non fa più paura. Nell’immaginario comune questa frana custodisce i corpi di centinaia di persone mai più ritrovate. Dunque è davvero un luogo sacro dove possiamo vedere ancora oggi i pochi sopravvissuti a quella tragedia. Si tratta di un gruppo di alberi con più di 60 anni di storia e che riuscirono a resistere all’immane tragedia e possono raccontarcela. Ecco perché il Bosco Vecchio della Valle del Vajont è un luogo da tutelare sempre”. Lo ha affermato Giovanna Franceschini, Guida Ambientale Escursionistica AIGAE della valle del Vajont.

 

Su questi alberi i segni del dramma

“Poco lontano dalla diga – ha proseguito Franceschini - si sviluppa un’area boschiva denominata “il Bosco Vecchio di Erto”. E’ la parte residua del bosco preesistente al catastrofico evento franoso del 9 Ottobre del 1963. Vi convivono, con una composizione tipica di un’associazione ecologica secondaria, essenze arboree - Abete rosso, Larice e Pino mugo, Betulla e Faggio, Pino silvestre, Pino nero e diverse specie di Pioppo - ed arbustive – Nocciolo e Ginepro dal cui diametro si comprende essere risalenti a non più di 40 anni fa ma allo stesso tempo si incontrano alberi con più di 60 anni di vita e dall’aspetto davvero insolito. Infatti, tali alberi, presentano dei tronchi che partono fortemente obliqui fin dalla base e poi, disegnando un’ampia curvatura, si raddrizzano con la punta in assetto verticale. Altri, esposti a leggeri avvallamenti, hanno le radici ancorate al bordo e i tronchi orizzontali, non poggianti direttamente sul terreno, ma sorretti dai rami rivolti verso il basso, morti, mentre i rami vegeti, rivolti verso l’alto, si sono trasformati in nuovi alberi con propri tronchi verticali, diritti, e una folta chioma. Presso le radici del tronco “madre” si osserva il consistente rigonfiamento generato dall’incremento delle strutture interne atte a mantenere in vita i tronchi “figli”. Fra questi due aspetti, estremi, ve n’è un gran numero di intermedi, alcuni mostrati da individui morti.

Tutte queste strane forme derivano da una straordinaria storia vissuta da quegli alberi: nacquero verticali su un pendìo fortemente obliquo, si ritrovarono obliqui a causa del franamento in un unico blocco, e della conseguente diminuzione di pendenza, dell’intero versante montuoso sul quale erano nati e, infine, negli ultimi 53 anni hanno messo in atto un potente sforzo vegetativo per riconquistare, con la verticalità, la luce del sole indispensabile alla loro esistenza. Ecco che in questo Bosco vera memoria di quanto accadde abbiamo insieme un’area, dove la vegetazione ha ricolonizzato il terreno precedentemente deforestato e all’altra i segni della sofferenza e della resistenza a quanto accadde quella notte”.

 

 

Cosa accadde il 9 Ottobre del 1963

“Alle 22:39 una frana di 260 milioni di m3, l’intero versante settentrionale, lasciò il Monte Toc scivolando su una superficie rocciosa sepolta in profondità e inclinata oltre i 40°. Viaggiando alla velocità iniziale di 60 m al giorno – ha ricordato Franceschini - e finale di 98 km all’ora, in meno di un minuto quella frana si immerse nel lago sottostante, artificialmente generato sbarrando il torrente Vajont con la diga a doppia curvatura allora più alta del mondo, 261 metri e 60; lago che partecipava con altri sette invasi artificiali all’impianto per l’approvvigionamento idroelettrico denominato “il Grande Vajont” negli anni del boom economico italiano. L’immersione della frana nel lago causò l’espulsione di 50 milioni di m3 d’acqua che nei successivi quattro minuti rasero al suolo 9 frazioni di Erto e Casso e i paesi di Longarone, Pirago, Maè, Villanova e Rivalta causando la morte di 1.910 persone, 487 delle quali erano bambini e ragazzi con meno di 15 anni, alcuni non ancora nati”.

 

Ecco cosa possiamo vedere oggi

Per la stampa con le Guide Ambientali Escursionistiche

“Proprio sulla montagna possiamo ritrovare tracce di quanto c’era prima dell’onda. Ad esempio possiamo vedere pavimenti in cotto o graniglia - ha concluso Giovanna Franceschini - e addirittura numerosi cenotafi di cui alcuni innalzati ad una famiglia proprio dove prima sorgeva la casa

 

La stampa che vorrà, con le Guide Ambientali Escursionistiche Italiane, potrà entrare nell'impianto per la produzione idroelettrica di Pontesei (Val di Zoldo), nella la diga del Vajont con il percorso sul suo coronamento. Oggi possiamo percorrere l’intero sentiero del Bosco Vecchio con gli alberi sopravvissuti, il percorso sulla frana, vedere i cenotafi in Val Vajont, essere sull'attuale lago del Vajont, visitare i centri storici di Erto e di Casso, la sede espositiva dell' EcoMuseo Vajont, la bottega di Mauro Corona, La Chiesa monumentale di G. Michelucci a Longarone, il Cimitero monumentale delle Vittime a Fortogna”.

 

Per interviste –

 Stefano Spinetti – Presidente AIGAE – Tel 348 3010017

 

Giovanna Franceschini – Guida Ambientale Escursionistica Valle del Vajont – Tel 329 5903147

 

Filippo Camerlenghi – Vice Presidente Nazionale Guide Ambientali Escursionistiche - AIGAE – Tel 335 6083451

Davide Galli – Consigliere Nazionale AIGAE con delega alla Comunicazione – Tel 334 6506029 / 388 1059331

 

 Giuseppe Ragosta – Addetto Stampa Nazionale AIGAE – Tel 392 5967459.

 


pubblicato il 15/05/2017

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Ambiente e natura, Cultura, Moda, Turismo;

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